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Perdono a Sant'Angelo

di  Eleuterio Di Gianfilippo

Stava ormai per concludersi, la sera del 7 Maggio, il periodo del Sacro Ritiro di Sant'Angelo nella Chiesa di Candelecchia, posta tra i boschi della catena che dal Salvia si estende, tra la valle del Liri e il Fucino, fino a Villavallelonga ed oltre fino al Parco Nazionale di Abruzzo. Per maggior parte dei Trasaccani, per i quali la vita tutta dedita lavoro non ha altro diversivo se non l'osteria o qualche fes « Santo Angelo » rappresenta una data importante: la vita in c mune, la lettura ad alta voce delle frasi del Vangelo, della Bibbia 
e di altri libri della Chiesa, il morte e della vita, le lunghe e suggestive Processioni per le coste, il chiamarsi tra di loro non per nome, ma « fratelli » e il rispondere « Ave Maria », e tutte le specie di preghiere, i Rosari, le Sette Allegrezze, le Litanie Lauretane, le Adorazioni, le Suppliche, e quel quasi disaccarsi insomma dalla vita reale e bruciante di tutti i giorni Producono sui loro animi un fascino irresistibile.

S'avviano verso Candelecchia a gruppi o anche isolati, parte il giovedì, parte il venerdì o anche il sabato, di giorno e di notte senza distinzione di ore, carichi di provviste di ogni genere, servendosi chi di zaini, chi di fagotti appesi in cima ad un bastone, chi infine di asini, i quali, abituati come sono a percorrere quella stessa strada sotto l'incitamento delle urla, delle bestemmie e dei colpi di bastone, ora, quasi stupiti della dolcezza insolita con cui sono tratti, si fanno vispi ed irrequieti e ogni tanto si danno a trotterellare. Lassù hanno quindi inizio i riti: lente processioni che attraverso lunghi giri percorrono i sentieri appena tracciati in mezzo ai boschi, preghiere comuni, ore di raccoglimento notturno nell'interno della Chiesa e insomma tutta una vita di eccezione nel corso della quale ciascuno dei pellegrini s'abbandona a poco a poco ad uno stato di mistica esaltazione.

Così quella sera una lunga processione di uomini di ogni età, senza apparato alcuno, sommessamente salmodiando, risaliva con estrema lentezza attraverso numerosi viottoli serpeggianti tra alberi e cespugli il versante occidentale della montagna di Candelecchia. Venivano in testa una gran Croce, portata a spalle dal Crocifero, seguito da due Ceroferari e, immediatamente dopo, portati da otto giovani, il Cristo morto e l'Addolorata. Seguivano in ordine il Padre Direttore, il Parroco, due Frati del vicino Convento di Luco dei Marsi ed il gruppo dei Cantori insieme al Prefetto ed al Vice-Prefetto del Sacro Ritiro. Ogni tanto i tre religiosi ed il gruppo dei Cantori cominciavano a recitare ad alta voce le prime parole di una preghiera e subito tutta la colonna di varie centinaia di persone, di cui le ultime per la tortuosità del sentiero non riuscivano mai a vedere le prime, dava inizio all'altra parte, ed era come se un fremito la percorresse tutta. Ai latí della colonna altri cantori disciplinavano le preghiere, mentre Taborre, che sovrastava tutti per l'altezza, con la sua voce potente e baritonale, nonostante l'età, girandosi ogni tanto attorno, coordinava come meglio poteva le voci dei salmodianti, anche di quelli più lontani, che completamente presi dalla fervida atmosfera di preghiera procedevano, simili ad automi, sgranando ognuno una corona nera tra le dita.

Si era nell'imbrunire, il cielo tutt'intorno cominciava a farsi largo e pieno, di qualla pienezza limpida, che ha il cielo nelle montagne, dove il sopravvento della notte non pare gonfio di tenebre, ma come impregnato d'una luce ariosa che risalga dalla terra e si raccolga ad alone intorno all'orlo delle vette. In testa alla colonna i Ceroferari aveva cominciato ad accendere i ceri, imitati subito dopo da quelli che li seguivano, sicchè sembrava che a poco a poco una scia luminosa s'addentrasse serpeggiando nel bosco. E a guardarli alla luce guizzante delle fiammelle, i volti dei pellegrini assumevano una espressione mobile e strana, tra di tripudio e d'assorto raccoglimento, quasi nessuno avvertisse più la stanchezza e tutti invece si abbandonassero alla sensazione di vivere in un clima irreale, che il notturno isolamento, il silenzio dei boschi, lo stesso sentirsi affratellati dal canto e dalla preghiera, accentuavano e colmavano di dolcezza.

Era il momento in cui il demonio, insinuatosi tra gli uomini al calar delle tenebre, veniva definitivamente sconfitto con l'aiuto divino. Man mano che arrivavano alla piazzetta antistante alla Chiesa di Candelecchia, i fedeli sembravano quasi riaversi da una visione estatica e si disponevano in vari gruppi, continuando a cantare. Anche i religiosi e i cantori avevano da tempo smesso di dirigere le preghiere e cantavano ormai insieme a tutti gli altri, presi anch'essi dallo stesso intimo trasporto.

La processione ormai stava per terminare. L'ultima parte della colonna era giunta nei pressi de « La fonte » a brevissima distanza dalla Chiesa, a cui era unita da un gomito di strada abbastanza lungo. Nella piazzetta i fedeli spegnevno i ceri e così, mentre la luce diminuiva, si attenuava anche il canto. Di li a poco, dopo la cena che i pellegrini avrebbero consumata nei propri giacigli posti qua e là nei punti più vari della Chiesa, sarebbero venuti il Te Deum e la ricreazione, e poi il Rosario e le preghiere della sera, finchè il silenzio, rotto soltanto dal ritornare delle grida degli uccelli notturni avrebbe avvolto nella sua misteriosa solennità tutte quelle anime immerse nel sonno.

Da oltre un'ora Rufino, sorpreso prima dalle voci confuse della processione che si avvicinava e che egli invece pensava avrebbe percorso l'altro versante della costa, se ne stava appiattato dietro una siepe. immobile e con il fiato sospeso aveva assistito a tutto il passaggio della processione e, sdraiato com'era per terra, gli arrivava assordante il rumore che, ad appena un metro di distanza, i « fratelli » producevano battendo contro la roccia e i sassi del sentiero i loro scarponi che ad osservarli tra gli spiragli del cespuglio gli arrivavano ingigantiti.

Si era avviato da Trasacco nell'imbrunire non visto da nessuno e, dopo aver attraversato campi e fossi, evitando sia le vie principali che i viottoli, era arrivato alle prime falde del bosco di Candelecchia deciso ad attuare il suo piano criminoso, da tempo ideato ed elaborato nei minimi particolari. Aveva infatti seputo da qualche giorno che Ferrone si sarebbe recato a Candelecchia il sabato sera, a lavoro terminato e che sarebbe quindi giunto nel bosco di notte. Nessuno, dato il suo temperamento scontroso e sprezzante, l'avrebbe seguito; in paese non aveva amici e tutti lo evitavano. In una delle svolte dei viottoli, nella -prima rampa del bosco, con un colpo di pistola lo avrebbe freddato, facendosi giustizia con le proprie mani. Poi di nuovo, attraverso i campi, con il favor delle tenebre sarebbe tornato in paese. Dato il via-vai della gente per la strada di Candelecchia, il colpevole sarebbe stato invano cercato tra i « fratelli » e nessuno avrebbe certo -Densato a lui, che del resto, come tutti sapevano. non era stato mai a « Sant'Angelo » ed anzi spesso in varie occasioni. in pubblico ed in privato. aveva sempre criticato quel ritiro. che in fondo con la scusa delle meditazioni sui problemi della vita e della morte non faceva altro che perdere tempo alla gente proprio nel mese di maggio, quiando i lavori dì campagna si intensificavano. 
 
Se il colpo fosse riuscito, sarebbe stata completa la vendetta contro Ferrone, il quale Mi aveva soffiato il posto da « garzone » presso Don Pasquale Verlecchia. facendosi appoggiare da un noto esponente politico del paese. 
Lo avevano accusato di essere un ubriacone, di trascurare le bestie affidategli e, cosa più grave, di sparlare spesso del padrone, quando era in preda ai fumi del vino. Dopo questo licenziamento, nessun altro lo aveva più voluto: eppure il mestiere suo lo sapeva, nè era facile trovare uno migliore di lui nel caricare il carro o nel trasportare le barbabietole alla « pesa ». Evidentemente tutti pensavano che ci fosse sotto qualcosa di molto grave, mentre in effetti non c'era nulla, proprio nulla. In realtà solo raramente gli era capitato di non andare a governare le bestie all'ora stabilita e ciò, quando aveva bevuto un po' più del solito. Del resto era forse una colpa bere? Non lo facevano forse tutti? Che poi, in preda al vino, avesse sparlato del padrone, non lo ricordava bene, ma poteva anche darsi. E poi non era forse cosa nota nel -paese che Don Verlecchia si era arricchito in Francia facendo parte di una banda di svaligiatori di banche e rimanendo per sempre impunito?
 
Immerso in questi pensieri, se ne stava ancora appiattato dietro il cespuglio un po' stanco del cammino percorso, un po' anche sorpreso dal silenzio interrottosi quasi all'improvviso da un rumore di passi che risalivano lentamente il sentiero.  Si mise in ginocchio impugnò la pistola e scostò i rami del cespuglio per meglio vedere. Si stava sforzando di riconoscerle. Quando avvertì un altro rumore di passi alle proprie spalle. Ebbe appena il tempo di nascondere la pistola e voltarsi.
- « Rufì » s'udi una voce infantile, tra lo sconcertato e l'impaurito.
-Oh, « Rufì che fai? »
 Rufino riconobbe subito colui che gli parlava: si trattava di Angelino , un ragazzo di una decina di anni che c'erto si era divertito a risalire attraverso il bosco evitando il gomito del sentiero. Tutto confuso e incapace di una risposta cercò di risollevarsi mentre il ragazzo gridava: 
-"Oh zi Già, vieni qui, vieni a vedere".
Gli altri accellerano il passo e subito dopo Rufino vide sporgersi dal cespuglio i visi incuriositi di zì Giacomo e di Ferrone e lì per lì si rese conto che Ferrone doveva essere stato raggiunto dagli altri lungo il sentiero ed aver fatto il resto del cammino insieme con loro. Zì Giacomo nel riconoscerlo apparve lietamente stupito: 
« Oh, Rufì. Come mai anche tu a Sant'Angelo? Che ti sei convertito? E' la prima volta in vita tua o mi sbaglio?». Rufino non rispose. Era intento a fissare in volto, Ferrone, e zì Giacomo, informato com'era del contrasto tra i due, dovette vagamente intuire, dallo sguardo che essi si scambiarono e dalla confusione dipinta sul volto di Rufino la segreta ragione della sua presenza.
« Oh, Rufì », continuò tuttavia con un tono che si sforzò di rendere cordiale. « Che non rispondi? Lo vedi, c'è anche Ferrone ».
« Sì, vado a Sant'Angelo », rispose con tono spento. 
« Ero stanco e m'ero fermato ». 
E girando intorno al cespuglio si rassegnò a fingere di recarsi anche lui al ritiro. « Ma ormai mi sono riposato. Andìamo? ».
« Qui sopra tutti si voglio bene » 
- interruppe ad un certo punto zì Giacomo, cercando di stabilire un'atmosfera di cordialità 
- « e magari tutto il mondo fosse così! Deponete ogni rancore, amici miei. S
an Michele Arcangelo, nel cui onore si celebra questo Sacro Ritiro, vi benedica ed ognuno di voi seguiti a vivere sotto i segni della sua benedizione ». 
I due però seguitarono a salire senza rispondere. Intanto i brusii delle voci e i rumori della Chiesa ormai vicinissima crescevano sempre di più. Poco dopo tutti e quattro si trovarono nella piazzetta 1 pochi uomini ancora riuniti, nel farsi avanti a questi ultimi « fratelli » che arrivavano, rimasero sbalorditi vedendo Rufino, di cui ben conoscevano l'ostilità pel Sacro Ritiro, e per di più in compagnia di Ferrone. Alcuni aiutarono zi Giacomo a scaricarsi dalle spalle il grosso zaino, mentre un vecchio si rivolse meravigliate a Rufino dicendogli:
" Rufi, ma tu non porti neanche una " mmutina "  ?
"La sua roba è qui con la mia"  rispose -pronto zi Giacomo. 
« Eh, Rufino è proprio un bravo giovane », continuò, notando che Ferrone s'era scostato e non era più in grado di udirlo. 
« Figuratevi che per tutta la costa ha voluto portare lo zaino sempre lui ».
"E Ferrone? ", ammiccò il vecchio.
" Ferrone, Ferrone... Adesso lasciamo perdere... Del resto quassù non siamo tutti fratelli? ".
Ferrone, che s'era già diretto verso il fianco sinistro della Chiesa, dove una scaletta lungo il muro permetteva l'accesso al soffitto, si volse indietro e chiamò:
" E allora, zì Già? Che stai facendo? Non vieni? ".
" Ma si certo, aspetta ". E rivolto a Rufino:
 « Presto, andiamo, Rufì. Ma che hai? Sembri addormentato ».
Così i tre con il ragazzo salirono insieme sino all'ampio vano ricavato dal soffitto della Chiesa, dove sul giaciglio di paglia s'era già sistemata una parte dei fratelli. « Sant'Angelo Michele mio » - ripeteva frattanto tra di sè zì Giacomo. - « Perdonami delle bugie dette e fa che nulla succeda ».
La notizia dell'arrivo della strana compagnia si era rapidamente diffusa, sicchè quando questa entrò, tutti gli sguardi si volsero verso di essa e vi fu quasi un attimo di silenzio. Ma bastò un affettuoso abbraccio di Taborre ai tre con un - « Ben venuti tra noi, fratelli » - perchè tutti ricominciassero a vociare ed a consumare la cena.
 
 


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