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Trasacco e Candelecchia
Presentazione
di   P. Placido Mancini
 

Il libro su « TRASACCO e CANDELECCHIA » l'ho letto d'impeto, con piacere e trasporto. Perchè ? Perchè scritto bene ? Perchè lo stile è scorrevole, semplice, popolare, alla portata di tutti ?
Perchè indaga sulle origini e narra le vicende storiche del « Santuario » al quale sono legato affettivamente e che frequento e conosco da moltissimi anni ? Perchè colma il vuoto inspíegabile e rompe il silenzio che ovatta il « Santuario » che ebbe rinomanza nel passato per i suoi pregi naturali, per la salubrità dell'aria e che ora, quantunque quasi sconosciuto, vanta grandi, incommensurabilí valori spirituali-sociali, morali e anche turistici?
Perchè, formulando ipotesi, rievocando fatti, spulciando documenti, accettando leggende popolari analizza, sotto tutti gli aspetti possibili, l'appellativo caratteristico e curioso del nostro santuario - CANDELECCHIA - che in fine significa sempre: salute, ricchezza, generosità, bontà, luce?
 
Valori questi, umani, sociali e spirituali sempre sublimi e desiderabili che, nella mente di chi frequenta ed ama Candelecchia, pur senza l'erudizione storico-etimologica, sono sempre esistiti. Nei tempi passati, quando si viveva con semplicità ed anche oggi che la vita è più complessa, più cosciente, più promettente, ma forse, anche più distorta e distratta. Forze ineluttabili pronte ad esplodere e manifestarsi nei momenti di rìpensamento e di meditazione, di pause e di riflessione che, fortunatamente, succedono alle febbrili e deludenti agitazioní umane. Zampillano come polle di acqua salutare e disintossìcante. Rìnverdiscono come i boschi in primavera durante gli esercizi spirituali.
  
Esultano in canti modulatí su motivi tradizionali, semplici e grandosi, calmi e solenni, distensivi e lenti che ì fratelli salmodìanti fanno echeggiare, a gara con gli uccelli, all'aperto per le valli. Si impreziosiscono nei cuori, in prevalenza di operai, di contadini e di artigiani, uomini semplici e laboriosi che vogliono dimenticare le angustie e le frustrazioni della vita, i raggiri, le grottesche burle, gli inganni, le ingiustizie della società immatura e avvelenata dall'odio di classe; che intendono, lontani dal frastuono distrattivo delle preoccupazioni temporali e prettamente umane, ritrovare « se stesso », la propria personalità, i propri valori integrali; che, in anelito di fede e di rivalorizzazione, si sforzano a riscoprire la propria somiglianza con Dio e si impegnano a vivere, con l'aiuto del Signore e per quanto lo consentono le inevitabili debolezze e ricadute, i precetti della Carità. Si manifestano convincenti ed efficaci al mattino presto quando sta per sorgere il sole, e i fratelli impegnati nel pio esercizio della Via Crucis, scendono giù a fondo valle e poi risalgono lentamente il colle, rievocano la passione e il viaggio di Gesù al Calvario e meditano sull'amore crocifisso.

Fanno fremere gli animi durante la processione di penitenza, quando i fratelli mesti e compunti, con la candela in mano per squarciare il buio incombente della notte, seguono le immagini di Gesù morto e della Madonna addolorata e cantano lo Stabat Mater... stillicidio di lacrime e di dolore, di affanno e di angoscia, inno di amore al cuore generoso di una Mamma che invita al perdono, al pentimento, alla reciproca comprensione.
Quando poi i fratelli, compressi per tre giorni da un orario di esercizi spirituali stilato più per cenobiti che per semplici fedeli, sensibilizzati dal tirocinio spossante delle preghiere, sollecitati da fatti e avvenimenti emotivi che sanno di « Figliol prodigo », « Buon ladrone », « Pecorella ritrovata », di fratelli che, per urgente e pressante nostalgia affrontano viaggi lunghi e costosi, di poeti che impegnano la loro Musa a cantare la Madonna di Candelecchia e l'amore che erompe da questo colle e che, ogni volta nuovi ed imprevisti fanno pensare al miracoloso intervento della Madonna, elettrizzati dall'atmosfera di pace e di fraternità intensamente vissuta, dico quando poi i fratelli si radunano per il rito finale, per la cerimonia conclusiva, allora i valori umani, sociali, spirituali di cui si parla divengono divini, divampano, esplodono tumultuosamente. E' il momento fatidico del « Bacio del Perdono ».
La scena si ripete ogni anno, all'aperto, al cospetto della natura fremente di impulsi vitali allorché la primavera « brilla nell'aria e per i campi esulta ».
  
Unico simbolo religioso il Crocifisso sorretto ben alto su tanti uomini i cui volti scarni e abbronzati tradiscono tensione e vigore, manifestano profonda emozione, ascoltano con evidente interesse un sacerdote (il Direttore degli esercizi spirituali) che, ispirandosi all'amore di Gesù per l'umanità, pronuncia frasi incisive, cariche di affetto, vibranti di fede che entusiasmano alla concordia e celebrano le conquiste della pace. Il tempo pare sospeso, è un momento solenne. Sicuramente deve succedere qualcosa di importante. 
Si aspetta la frase giusta per scatenare l'ovazione, per urlare uno slogan... invece quando l'ultima parola invitante al perdono, alla pace si perde nell'aria, tutti piangono, si abbracciano, si baciano.
  
I nemici acerrimi si riconciliano, decidono di ritirare le querele, di comporre le liti, dimenticare gli insulti. Su tutte le bocche, rifatte dolci dopo tante amarezze, risuona il nome di fratello. La campana squilla a distesa per sottolineare l'avvenimento, gli avvenimenti, per invitare la grande, unica famiglia ricomposta nella carità ed esultante, in chiesa a ringraziare la Mamma misericordiosa di tutti e per cantare l'inno mesto del commiato.
Ma che scrivo? D. Evaristo mi ha incaricato di tracciare una breve presentazione del libro. Mentre io mi son fatto, prendere la mano dall'entusiasmo e ho divagato.
 
Ma che volete? sono ventisette anni, e quindi ventisette volte che a Maggio, dal cinque all'otto, salgo la montagna su cui sorge la chiesa della Madonna di Candelecchia per dirigere e predicare gli esercizi spirituali ai buoni e cordiali fratelli di Trasacco. I ricordi mi si affollano alla mente a centinaia. Tutti personaggi in cerca di autore e ognuno meriterebbe di essere celebrato. Ma non lo faccio. Li ricaccio giù in fondo alla memoria. Come pure non nomino i tanti fratelli che ho conosciuti e che ora non sono più tra noi.

Rievoco semplicemente gli espedienti messi in atto, i primi anni del mio direttorato, per ampliare il piazzale antistante la chiesa per spianare il così detto prato e rendere transitabile il passaggio intorno al santuario.
Strumenti del lavoro: pala, piccone, carriola, mazzuola grossa di ferro.
Tempo di lavoro: gli intervalli di ristoro tra una preghiera e l'altra.
Operai: tutti gli esercizianti che quando venivano chiamati non rispondevano, come stabilisce il Regolamento, Ave Maria e che chiamando qualcuno, non premettevano al nome l'appellativo: fratello.
 
Ogni distrazione costava dieci carriole da trasportare. E mentre gli operai sbancavano la terra, un buon gruppo di fratelli cantava: Viva Maria. Era festa giuliva, festa di fraternità. Ma di progressi, da ventisette anni in qua, ce ne sono stati moltissimi nel santuario: Prima era obbligatorio recarcisi a piedi, ora c'è la strada percorribile con automobile. Per adesso è alquanto scabrosa ma presto sarà sistemata e asfaltata. Prima si pregava a lume di candela ora c'è il generatore di corrente. Prima si dormiva sulla paglia, ora ci sono le brande.
Prima l'acqua si trasportava con i secchi faticosamente, ora il motore ce la porta in casa. Prima si mangiava tra la paglia e ognuno pensava a sè, ora c'è la mensa comune e si mangia seduti a tavola nella splendida sala allestita di recente. L'elenco potrebbe ancora continuare, ma basta, perché nel libro che vi presento potete attingere tutte le notizie che volete: storia, folklore, tradizioni, usi, rilievi artistici, rievocazioni giornalistiche, poesie ed altro pure.
Il libro mi sembra esauriente e gli auguro buona fortuna.
 
 

Prefazione
di Don Evaristo Evangelini
 

Con questo lavoro di ricerca sul Santuario di Candelecchia intendo sciogliere un voto alla Madonna, alla mia Madonna. Tra i tanti ricordi di vita paesana, spiccano quelli che mi legano al " sacro luogo ". Ancor fanciulletto, l'ansiosa preparazione per la tradizionale scampagnata nella Domenica in Albis e la consumazione della Pizza più bella di Pasqua accompagnata dalla rituale frittata confezionata con la profumata nepitella; la prima tappa al " fossato " alla ricerca dei gustosi " sasauri " (l); la ripresa del cammino e, quando erano fioriti, il gustare dei " sucamele " (2); la sfida tra i coetanei a chi arrivava prima e il ritrovarsi uniti alla fonte per bere " L'acqua della Madonna ".

Più grandicello, l'annuale partecipazione agli esercizi spirituali di " S. Angelo ". Personalmente non posso dimenticare che volta (1941?) fuggii da casa per " S. Angelo " con una sola pagnotta rubata alla madia e un po' di companatico; arrivai sopra tutto trasudato e lì trovai il buon Don Achille che mi fece asciugara davanti al " fuoco comune ". Ma quale trasaccano, per proprio conto, non potrebbe nei suoi ricordi riesumare qualche episodio simile?

Poi la lontananza che acuì l'affetto per il Santuario; infine il ritorno che mi ha permesso di dimostrare la sincerità dei miei sentimenti. Non lo so il perchè, ma son convinto, da continue testimonianze raccolte a viva voce, che le impressioni sono comuni: nelle ore di felicità basta andare a Candelecchia e tale felicità si libera da ogni scoria terrena e si spiritualizza al massimo; nelle ore di tristezza (e chi non le passa in questa sconcertante nostra esistenza?) basta andare a Candelecchia e ti sopra lo spirito si rasserena quasi si scaricasse automaticamente da fastidiosa zavorra. Anche se non si ha il coraggio di confessarlo apertamente, il fatto è che oggi l'uomo terribilmente sente il bisogno di questo lembo di Paradiso terrestre per risentire la voce della natura, di Dio, della Madre Celeste.
 
Trasacco, 8 Dicembre 1974.  
  
 

Note

(1) Specie di erba con foglia grassa, dal sapore acrodolce.
 
(2) Pianta selvatica con fiori a campana e dal sapore dolce.
 
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