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Il periodo Italico Romano
Nel periodo italico, che ha inizio con la prima età del ferro (IX-VIII sec. a.C.), il territorio di Trasacco avverte la fine degli insediamenti di pianura, sia vallivi che perilacustri, che non arrivano che a i primi apporti della cultura villanoviana, con la nascita di una nuova forma insediamentale che potremmo definire di "incastellamento" con nuovi insediamenti fortificati d'altura, gli ocres italici ricordati dalle successive fonti storiche romane come oppida e castella. Si tratta dei centri fortificati di "Balzone" di S. Rufino (Ortucchio), "Colle della Croce" di Valle Canale (Collelongo) e la "Chiusa grande" (Monte Alto di Trasacco) con le loro necropoli di tombe a tumulo ubicate nella piana della Vallelonga nelle località "Capo La Croce", "Passarano" e nell'interno dell'abitato moderno di Trasacco. 
  
Dai materiali rinvenuti nelle sepolture (solo armi o difese di metallo) si evince l'appartenenza alla "cultura Fucense", cultura fondamentale nella creazione della grande unità culturale "Safina" che emerge dalla prima età del ferro nelle conche interne dell'Appennino Centrale.
I tre centri fortificati, dotati di recinzione muraria formata da grossi blocchi calcarei e racchiudente un abitato di capanne straminee foderate di argilla, e le relative sepolture con armi in ferro, dischi-corazza in lamina di bronzo, carri da battaglia in legno rivestito di ferro e vasellame ed ornamenti in bronzo, sono la prova di una società guerriera ad economia polivalente estremamente conflittuale che si struttura in tanti piccoli ocres, delle piccole "Città-Stato", rette da re (raki) e principi guerrieri (nerf).
  
Nel corso del V secolo a.C. questa arcaica società italica entra in crisi con la nascita della comunità aristocratica di tipo repubblicano (touta in lingua locale = civitas in latino), comunità retta dal magistrato pubblico supremo eponimo (meddis tudicus) e corrispondente ad un solo centro fortificato. 
L'insieme delle tante "comunità" di area fucense costituirà, probabilmente nella seconda metà del secolo, uno stato federale (nomen) ricordato dai Greci e Romani col nome dei Marsi. Sul finire del secolo e nel successivo le prove di questo cambiamento sono confermate dall'apparizione di sepolture più "modeste" (tombe a cassone di lastre calcaree della località "Passarano") e consone alla nuova realtà sociale più egualitaria. 
Le abitazioni dei centri fortificati hanno le basi in pietra e la copertura in tegolame di ceramica mentre si sviluppano i santuari urbani e rurali soprattutto con il contributo dei numerosi mercenari marsi locali al servizio delle citta greco-etrusche della Campania e dell'intera Magna Grecia, come dimostrato dai ritrovamenti di bronzetti di Marte ed Ercole (numi titolari delle spedizioni mercenarie), da quelli monetali in argento e bronzo con monete di Neapolis, Capua, Arpi, Phistelia, Paestum ecc. databili entro la seconda metà del IV secolo a.C. e nella prima metà del secolo successivo anche con le monete romane della serie fusa e romano-campane.
  
Sul finire del IV secolo a.C. lo stato federale di Marsi entra nell'orbita romana con la sconfitta del 302 a.C. e relativo accordo (foedus) con Roma che vedrà le popolazioni fucensi nella condizione di alleati (soccii), alleati tenuti a contribuire con uomini armati alle conquiste dello stato romano e controllati dalle vicine fondazioni coloniali (Carseoli, Alba Fucens e Sora); alcuni dei centri fortificati della Vallelonga sono in parte distrutti dai Romani, come dimostrato dal vicino ocre di "La Giostra" di Amplero di Collelongo probabilmente occupato durante la II° guerra sannitica.
Il III secolo a.C. vede il nascere nel territorio marso ed in quello di Trasacco di una nuova realtà insediativa del tipo "oppido-vicano" con ocres sulle alture e vici (villaggi) sul piano: solo in un caso si ha l'affermarsi di una sviluppata forma urbana come la città di Anxa con l'interno santuario federale del nomen marso dedicato ad Angitia.
  
I villaggi si strutturano in piano o su terrazze rette da mura poligonali con edifici in pietra, strade, acquedotti, cisterne, templi, ecc., mentre i vecchi ocres di Monte Alto, Balzone e Colle La Croce sono ancora abitati e probabile residenza dei magistrati supremi della comunità locale. Conosciamo i nomi di due soli vici nel territorio di Trasacco: il vicus Fistaniensis compreso nelle località "Passarano" e "S. Angelo" a confine con Luco dei Marsi e il vicus Supinum nell'area del nucleo centrale del centro storico di Trasacco. Altri vici sono individuabili nella valle Transaquana e Vallelonga: "Spineto" o "Colle Mariano" con teatro e vicino tempio dedicato ad Hercole Iovio; "Fontignano" sotto l'ocre di Colle della Croce; "Fratta la Volpicchiara" sotto la Madonna di Candelecchia. 
Dalle iscrizioni trovate nell'interno ed ai margini del centro storico di Trasacco sappiamo che il vecus Supna(s) (vicus Supinum in latino) era amministrato da magistrati vicani, i qestur (queistores), magistrati di rango inferiore (Letta, 165), probabilmente sottoposti al magistrato supremo della comunità (touta) dei Supinati che risedeva nell'ocri Supinas di Monte Alto. 
Delle strutture murarie del villaggio italico-romano non rimane nulla di visibile: solo scavi recenti hanno riportato in luce i resti di una piccola cisterna e stratigrafie con materiali di età repubblicana in Via della Torre, mentre nel recente passato altri resti relativi di un impluvium di pietra, rocchio di colonna e capitello sono venuti alla luce nella piazza del Municipio. 
  
Ai margini del villaggio erano situati due santuari attestati da iscrizioni votive a partire dalla prima metà del III secolo a.C.: uno dedicato ad Aplone (Apollo) nella località "Madonnella", sotto la Grotta Continenza, mentre l'altro in basso, vicino la riva lacustre (ora"Rua Ranna"), dedicato alla dea Victorie (Vittoria); un altro era invece nella località "Palaritti", ora "Pretaritta") lungo la via che porta a Candelecchia, dedicato al dio del lago, Fougno (Fucino). 
Sulla sommità dell'ocre arcaico di Monte Alto viene potenziato il santuario interno con l'erezione di un tempio, l' abbellimento della cisterna, intonacata internamente da opera signina, rinforzata sul fondo da una struttura a gradino e decorata sulla vera da lesene, due colonne in pietra locale e meridiana solare. 
I rapporti fra le gentes marse locali e quelle romane intorno alla fine del III secolo a.C. è documentato dalla famosa tessera hospitalis a forma di testa di ariete trovata nel 1895 lungo le rive del lago, nel territorio di Trasacco "vicino ad Ortucchio": T.Manlius.T.f / hospes / T.Staiodius.N.f (Letta-D'Amato, 130); il secondo personaggio è un esponente della famiglia marsa dei Staiodii attestati a Supinum in una dedica della prima metà del III secolo a.C., mentre il primo potrebbe essere il console (235-234 a.C.) e dittatore (208 a.C.) romano T.Manlius T.f. Torquatus la cui famiglia aveva forti interessi e possedimenti nella Marsica soprattutto nel territorio di Alba Fucens dove è attestata la presenza di liberti (schiavi liberati) dei Manlii e villa rustica a Magliano dei Marsi (fundus Manlianus).
  
In età augustea con la fine dell'autonomia dello stato federale dei Marsi, dopo il Bellum Marsicum del 91-89 a.C, il territorio marso viene inserito nella IV Regione d'Italia (Sabina et Samnium) con l'iscrizione alla tribù Sergia e la divisione del territorio in tre municipia (Marruvium, Anxa e Antinum). 
Le distruzioni della Guerra Sociale e lo stato di abbandono del territorio agrario portarono Roma a ripopolare i territori appenninici con l'immissione di genti di ambiente servile, soprattutto "liberti" (schiavi liberati) documentati nella Marsica e nella stessa Vallelonga in modo consistente a partire dalla prima meta del I secolo a.C. Il Vicus Supinum, come altri della Vallelonga, si troverà inserito, intorno alla prima metà del I secolo a.C., nel territorio municipale di Anxa, come documentato da iscrizioni e dalla centuriazione (divisione a lotti regolari del territorio) della Vallelonga orientata secondo il cardo e decumano della città marsa. 
E' questo il periodo in cui i vici, i santuari vicani e rurali vengono potenziati con ampie ristrutturazioni, mentre sorgono ville rustiche (fundi) nelle vicinanze, come quelle ancora individuabili nella località "S. Rufino", "Passarano", "Chiaffino", "Panzano", alla base del I° e II° vallone di Monte Labbrone (cisterna con piccolo ambiente termale), nella Valle Meria e nella località "Valobre" a confine con Collelongo (muri in opera reticolata e grossi dolia interrati) con un probabile fundus Aurelianus. Ai queistores di età repubblicana si sostituiscono nuovi magistrati vicani (magistri vici) ed, in casi eccezionali, legati come nel caso di Caio Mario Placido legatus vici F(i)staniensis (CIL IX, 3856). 
  
Un ulteriore potenziamento della vocazione agricola delle popolazioni vicane perilacustri della Vallelonga viene dopo il 52 d.C., anno dell'inaugurazione delle opere dell'Emissario romano del Fucino e quindi del prosciugamento parziale delle acque fucensi ad opera dell'imperatore Claudio: probabilmente i vici del territorio trasaccano ebbero una sistemazione definitiva dei piani agrari più vicini agli incostanti livelli lacustri e la assegnazione di nuovi ed appetibili terreni sulla parte del piano prosciugato. 
Le ulteriori opere di prosciugamento dei successivi imperatori Traiano ed Adriano permisero di avere a disposizione maggiori aree coltivabili. Quindi a partire dall'età augustea fino al II secolo d.C, gli abitati della Vallelonga, vici e villae, mostrano segni di espansione edilizia inseriti in un nuovo e più organico sistema viario collegato ad una migliorata centuriazione del territorio agrario documentata nel II secolo d.C. nel territorio fucense.
  
Intorno alle vie che si avvicinano ai vici e villae sorgono ora grandi monumenti funerari come quello dei Titecii, dei tribuni militum dell'esercito romano, posto sul colle dove ora sorge la chiesa Parrocchiale e di cui rimangono lastre di rivestimento decorate con fregi d'armi ed iscrizioni nella chiesa dei SS. Rufino e Cesidio. Altre necropoli con tombe a lastroni, a fossa o cappuccina di tegole, sono documentate sugli assi viari della centuriazione che si inoltrano nel centro storico di Trasacco e nei vici del territorio, come nelle località Via Acqua dei santi, L'Ara, Via Pecorale, Via Cacciatora, Passarano, Mole Secche, ecc. Altre testimonianze di monumenti funerari sono presenti nell'Oratorio della chiesa Parrocchiale con lastre di rivestimento raffiguranti scene del mundus muliebris ed una città turrita con combattimento di cavalieri. 
Notevole la tomba a cassone di lastre rinvenuta in Via Acqua dei santi che presentava un affresco della fine del I secolo a.C., ora conservato nei depositi della Soprintendenza Archeologica dell'Abruzzo a Chieti, con raffigurazione di decstrarum iunctio.
  
Dalle iscrizioni votive e funerarie conosciamo diverse famiglie supinati come gli Amaredii, Staiodii, Titecii, Salvii, Pacii, Cervii, Annaedii, Caesidii, Varecii, Atieii, Torinii, ecc., famiglie presenti nel territorio a partire dal III secolo a.C. Di Supino erano i tre fratelli Herennii (Publio, Tito e Sestio) che si definiscono "Supinati", presenti ad Alba Fucens, che in età tardo-repubblicana svolgevano l'attività di costruttori edili, come evidenziato in una stele funeraria conservata nel giardino del palazzo del Genio Civile di Avezzano. Probabilmente relativi al santuario di Ercole di Spineto (Colle Mariano) sono dei magistri Herculis di condizione servile che ricostruiscono il teatro del santuario in piena età imperiale romana (CIL IX, 3857). 
Con la tarda età imperiale il sistema municipale marso entra in crisi, mentre sembrano ancora vitali i vici e le piccole ville rustiche affiancate dato il permanere della libera proprietà contadina di tradizione repubblicana. L'ager Marsorum si trova ora, nell'età di Marco Aurelio, inserito nella Urbica Diocesis per poi passare, con Settimio Severo, nel distretto "Salaria-Tiburtina-Valeria" facente parte della res privata dell'imperatore. Successivamente da Aureliano al 350 circa i Marsi sono inseriti nella Valeria una suddivisione del precedente distretto. Sul finire dell'Impero romano, fino all'arrivo dei Longobardi, i Marsi, i Sabini, e parte dei Vestini costituirono la provincia Valeria, provincia in cui i popoli del Fucino rimasero anche dopo che la stessa era stata divisa in Nursia e Valeria: la Valeria divenne così fondamentalmente una provincia Marsorum tanto da essere poi nell'ordinamento ecclesiastico definita Marsia.

 
(Testi tratti dal libro " Guida Turistica di Trasacco")
(Testi a cura del Prof. Giuseppe Grossi)
  
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